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Il magistero di Francesco Arnaldi (1897-1980)

Friulano di Codroipo, dove nacque nel 1897, figlio di un magistrato di antica nobiltà veneta, Francesco Arnaldi fu una figura di spicco nel panorama degli studi classici del secolo scorso. Partecipò alla prima guerra mondiale, come ricorderà lui stesso in un saggio pontaniano dell’età matura,  tradendo l’emozione e l’orgoglio per i giorni della vittoria, “quando era ancor recente la gioia e vivo l’orgogliodell'allontanato confine”, tanto più forti in un italiano di frontiera pregno di sentimenti patriottici e antiasburgici. Finito nel 1920 il servizio militare, in quello stesso anno conseguì la laurea in Lettere classiche all’Università di Padova, con relazione di quel Vincenzo Ussani che proprio in quegli anni, membro autorevole del Regio Istituto Veneto, iniziava a collaborare al progetto del Dizionario Latino Medievale.

Nell’Ateneo patavino, proprio negli anni in cui infuriava la querelle tra filologi ed antifilologi, Arnaldi era venuto a contatto con Ettore Romagnoli, controversa eppur grande figura di ellenista e traduttore, da cui mutuò il rifiuto della filologia germanizzante, l’attenzione ai valori estetico-formali dell’arte classica e la predilezione per un’esegesi raffinata ed impressionistica del testo poetico. In seguito a concorsi vinti, fu nominato dapprima professore di latino e greco nel Liceo di Sassari e quindi, nel 1923, professore interno presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, di cui l’anno successivo diventerà Vicedirettore. In tale veste, sotto la direzione del filosofo Giovanni Gentile, dette un personale, determinante apporto all’opera di potenziamento e ammodernamento di quella prestigiosa istituzione, contribuendo, inoltre, con la sua signorile diplomazia, a mantenere certi margini di libertà contro le pressioni e intromissioni dei Guf e del locale partito fascista. Nel dicembre 1927 conseguì la libera docenza in Lingua e Letteratura Latina (Commissione Cocchia, Ussani, Pasquali). Malgrado le tante benemerenze acquisite e benché Arnaldi fosse sostanzialmente un cattolico conservatore, il suo forte spirito d’indipendenza lo porterà a scontrarsi con l’intolleranza delle autorità culturali dell’epoca, sicché nel 1933 fu costretto a dimettersi dalla Scuola Normale Superiore di Pisa. In quello stesso anno accettò l’incarico che lo avrebbe portato a contatto con il mondo degli studi medievali.

L’Unione Accademica Nazionale, infatti, gli propose di curare la redazione del dizionario della latinità medievale italiana. I fascicoli del Latinitatis Italicae Medii Aevi Lexicon Imperfectum -impresa inserita nel contesto di un vasto progetto lessicografico, nato sotto gli auspici dell’Union Académique International, e concretatosi in Italia grazie alla cooperazione tra l’Unione Accademica Nazionale ed il Regio Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti - apparvero nei volumi dell’ Archivum Latinitatis Medii Aevi (ALMA), pubblicati a partire dal 1936 a cura, e dal 1950 sotto la direzione, di Arnaldi, al quale spetta il merito principale di aver promosso quanto, da allora, è stato fatto in Italia nell’ambito della lessicografia mediolatina. Inizialmente, le voci fino a medicamen,curate direttamente da Arnaldi, furono pubblicate nei volumi X (1936) e XII (1938 ). Nel dicembre 1936, in seguito a concorso (Commissione Ussani, Funaioli, Bignone, Pasquali, Rostagni, Tescari) fu nominato professore straordinario di Letteratura latina dell’Università di Palermo e dal dicembre 1937 professore ordinario della medesima disciplina nell’Università di Napoli dove rimase per più di trenta anni (dal 1967 nella posizione di fuori ruolo). Dal 1938 al 1942 vi supplì il titolare nell’insegnamento di Letteratura greca, Vittorio De Falco.

Il periodo napoletano, un arco di tempo molto lungo, fu quello della maturazione definitiva dello studioso friulano, autore in precedenza di due monografie, Dopo Costantino, Saggio di vita spirituale del IV e V secolo (Pisa 1927) e Cicerone (Bari 1929), cui si possono aggiungere vari articoli sulla letteratura Cristiana (Prudenzio) su Virgilio, Orazio, Catullo, e la stesura delle voci Cicerone (1931)e Plinio il Vecchio (1935) per L’Enciclopedia Italiana. A Napoli, infatti,  Arnaldi da una parte approfondisce e ritorna su filoni di ricerca già percorsi - è il caso del Cicerone la cui seconda edizione (1948) è corredata dallo scritto Humanitas, pubblicato nel 1941, degli Studi Virgiliani dello stesso anno, degli studi lessicografici mediolatini, proseguiti in collaborazione con P. Smiraglia - dall’altra, per limitarsi alla produzione monografica più cospicua, amplia il suo campo di ricerca alla storiografia con vari studi su Tacito, autore che non è nuovo nei suoi studi dato che la tesi di laurea era stata sulle idee morali e religiose dello storico, alla lirica greca d’interesse romano (Struttura e poesia nelle Odi di Pindaro, Napoli, 1943),  alla commedia latina ed ai suoi prodromi greci (Da Plauto a Terenzio, Napoli 1946-47), ai vari aspetti della civiltà romana (Guida allo studio della civiltà romana antica, I vol., Napoli 1952, II vol. 1954 (2º ed. I vol. 1959, II vol. 1961), alla letteratura umanistica (Pontano ed altri poeti del ’400), in collaborazione soprattutto con L. Monti-Sabia, una studiosa che con A. Salvatore, S. Monti, S. D’Elia, P. Smiraglia, G. Barra, F. Cupaiuolo, An. Salvatore, D. Gagliardi, E. Flores, L. Nicastri, A. Nazzaro e G. Polara appartiene alla sua scuola. Gli anni ’50 segnano una sorta di consacrazione: dal 1951 Arnaldi, già membro dell’Accademia Pontaniana e di altri prestigiosi enti di cultura, è delegato italiano presso l’Union Académique International, facendo parte del Bureau in qualità di Vicepresidente e diventando membro del Conseil de philosophie e des sciences humaines in seno all’UNESCO. Dal 1953 è incaricato di Storia della Letteratura latina medievale a Napoli e di Lingua e Letteratura latina nell’Istituto Superiore di Magistero “Maria Assunta” di Roma. Dal 1957 è Presidente della Consulta del Centro Nazionale didattico per i Licei.

Negli ultimi anni del suo magistero fonda e dirige insieme al collega grecista bolognese Carlo Del Grande la rivista “Vichiana”. Nel 1967, raggiunti i limiti di età, lasciò la cattedra di Letteratura Latina, e, dopo qualche tempo, da Napoli si trasferiva a Roma dove si spense il 28 giugno 1980. Cinque anni prima della sua morte gli allievi avevano curato la pubblicazione degli Scritti minori, una raccolta di saggi, che vanno dal mondo greco a quello latino per giungere fino al Medioevo e all’Umanesimo, racchiudendo, in sintesi rapide e densissime, i risultati di oltre un quarantennio di ricerche. Studioso di problemi e figure della letteratura greca, di quella latina classica, di quella mediolatina e umanistica, dotato di squisita sensibilità verso i problemi dell’uomo moderno, padrone come pochi delle maggiori letterature moderne, riuscì a cogliere con mano sicura tutto ciò che è ancora vivo nella letteratura classica, che ancora parla alla coscienza dei contemporanei. In questa sua felice attitudine e nell’austero rigore della sua tempra morale, che lo rendeva esigentissimo con se stesso prima che con gli altri, vanno cercati i motivi del fascino indiscutibile che esercitò su generazioni di allievi e il significato più vero e profondo della lezione che egli ha lasciato.           
                                                     CLARA DI RUBBA

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